Esopianeta
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L’esopianeta che vuole autodistruggersi

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Impiega 7 giorni circa a completare una rivoluzione intorno alla sua stella, l’esopianeta più particolare mai scoperto. Si tratta di HIP 67522 b, ed è il primo pianeta di questo tipo. La sua stella, HIP 67522 è poco più grande e fredda del nostro Sole, ma la vera particolarità è che subisce l’influenza del pianeta, e non viceversa.

È con grande emozione e amore per la scoperta che Ekaterina Ilin dell’Istituto Olandese di Radioastronomia ha presentato i risultati. HIP 67522 e i suoi due pianeti rappresentano il sistema più giovane con caratteristiche simili mai scoperto dalle sonde umane. Merito della scoperta è della missione Cheops, dell’Agenzia Spaziale Europea

Il particolare fenomeno ha già spinto molti astronomi e astrofisici a indagare le cause di questo fenomeno inedito. Un esopianeta grande come Giove, che presenta una densità gassosa pari allo zucchero filato, e che per il suo voler attrarre la sua stella andrà incontro all’autodistruzione.

Peccato che il nome Icaro sia stato già utilizzato per un asteroide scoperto nel 1949 da Walter Baade. HIP 67522 b è infatti destinato a trasformarsi da Giove a Nettuno in circa 100 milioni di anni. Non solo, in un arco di tempo più lungo potrebbe addirittura collassare nell’atmosfera della stella, dopo aver totalmente annientato la propria.

Ekaterina Ilin ha spiegato che questo esopianeta è il primo osservato nella storia che sia in grado di attrarre il campo magnetico della propria stella e causarne brillamenti. Con Cheops, l’Esa ha contato 15 brillamenti. Un fattore eccezionale, visto che parliamo del primo pianeta mai osservato capace di mostrare un comportamento simile.

La comprensione di questi fenomeni, ovviamente, potrebbe aprire la strada a nuove scoperte. Quale tipo di energia scambia il pianeta nel momento in cui causa questi brillamenti? Come fa a causare un’attrazione magnetica verso la propria stella? È vista la vicinanza e la velocità di rotazione, come mai ancora non crolla verso la stella?

Domande che attendono risposta, ma che saranno alla base dei futuri studi sull’elettromagnetismo interplanetario. 

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