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Furto al Louvre, il colpo del momento

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Una notizia perfetta per il tipico scenario d’azione di una serie Netflix diventa il caso mediatico del momento suscitando scandalo e allo stesso tempo incredulità. Domenica 19 ottobre due ladri hanno fatto irruzione nel museo più famoso del mondo, il Louvre, compiendo un colpo stimato 88 milioni di euro, appropriandosi senza troppi sforzi di nove gioielli della Corona Francese posti sotto delle teche serrate nella Galleria Apollo. Le indagini per recuperare la refurtiva e risalire all’identità dei criminali sono ancora in atto.

Certo è che apparentemente era una mattinata come tante altre. Il Louvre aveva dato inizio alle visite (come di consueto alle ore 9), permettendo alla giornaliera fila chilometrica di turisti di ammirare le opere d’arte al suo interno. Poco dopo verso le 9.30 lo scandalo.

La vicenda

Secondo quanto accaduto la banda sarebbe composta da quattro ladri: una coppia arrivata con un camion trasportante un montacarichi e l’altra su due scooter. Approfittando di un cantiere nei pressi del museo, che recentemente occupava la via con furgoni, gru ed elevatori, i criminali avrebbero utilizzato questo diversivo per posizionare il loro montacarichi dal lato del Louvre di fronte alla Senna. Così vestiti con giubbotti catarifrangenti e abiti neri si sono finti operai. Hanno proceduto conseguentemente a forzare la finestra della Galleria Apollo con una sega circolare. Il momento dell’azione è stato breve, dal loro ingresso, scattati antifurti e allarmi tra i membri della sicurezza, dopo meno di dieci minuti dei ladri non c’era più traccia come dei gioielli della Corona.

È diventato ormai virale su tutti i social il video raffigurante la fuga dei borseggiatori, che con molta tranquillità (e volto coperto) ripassano per la finestra scendendo dal montacarichi. Successivamente a bordo delle loro moto sono scappati dal luogo del misfatto.

Indagini

Per le indagini gli inquirenti stanno esaminando le tracce del DNA lasciate dai fuggitivi su un gilet giallo perso da uno di loro durante la fuga, e il montacarichi ancora rimasto intatto dopo il tentativo vano da parte dei furfanti di incendiario. In più secondo alcune testimonianze nei giorni scorsi all’accaduto, degli individui avevano chiesto di vedere la gru del cantiere in funzione senza particolari motivazioni. Al lavoro per scoprire di più la Brigata di repressione del banditismo (BRB) e l’Ufficio centrale di lotta contro il traffico di beni culturali (OBC).

Dalla resa virale del fatto numerose polemiche hanno accusato il museo di non avere sistemi di sicurezza idonei. La ministra della Cultura Rachida Dati ci ha tenuto a specificare che gli allarmi sono scattati e la procedura per la messa in sicurezza è avvenuta come da protocollo pensando soprattutto a salvaguardare le persone all’interno della Sala.

Polemiche

La colpa secondo l’opinione pubblica sarebbe anche nel cambio delle teche avvenuto recentemente, considerando quelle nuove meno massicce, e rivendicando le precedenti, che in caso di pericolo rinchiudevano prontamente le opere dentro ad una cassaforte. Queste ultime però, si difende il museo e la ministra, sono state giudicate un sistema obsoleto e capace di danneggiare i beni custoditi. La presidente del Museo Laurence des Cars amareggiata ha deciso di dare le dimissioni, prontamente respinte dal presidente francese Emmanuel Macron.

Al momento ad averci guadagnato la ditta del montacarichi tedesca “Böcker”, che servendosi delle immagini virali del colpo, dove tra i protagonisti compare anche il montacarichi coinvolto, hanno subito realizzato una campagna pubblicitaria sul loro prodotto usando le immagini note a tutti del furto. Tra gli slogan per la pubblicità frasi come “Quando devi fare in fretta” e per descrivere il camioncino “L’Agilo di Böcker trasporta i tuoi tesori fino a un carico di 400 chilogrammi a una velocità di 42 metri al minuto, e lo fa in silenzio, grazie al motore elettrico da 230 volt” con evidenti riferimenti all’avvenimento. I piani alti dell’azienda si sono spiegati alla stampa: Quando è diventato chiaro che nessuno si era fatto male, abbiamo iniziato a fare qualche battuta e a pensare a qualche slogan divertente”.

La refurtiva

I gioielli oggetto del furto oltre ad essere di materiali pregiati come oro, diamanti e zaffiri sono beni con rilevanza storica e culturale. I pezzi della collezione rubati erano risalenti ad una storia cominciata nel XVI secolo quando si decise che i beni della corte non fossero più proprietà del sovrano, ma della Corona Francese. Da lì la collezione con il passare di re e regine ha aumentato i suoi componenti usati per ostentare lusso come simboli della monarchia assoluta. Protagonisti del colpo fra questi i gioielli di Maria Amalia, Ortensia di Beauharnais, Maria Luisa d’Austria, nonché quelli realizzati per l’imperatrice Eugenia commissionati da Napoleone Bonaparte. Tra questi ultimi la tiara che è stata persa dai delinquenti nella fuga, che dopo essere stata ritrovata dalle forze dell’ordine dovrà subire un restauro per i danneggiamenti riportati.

Una vicenda ancora attuale in cui si cerca di recuperare i pezzi rubati. In caso di messa in vendita sul mercato nero, con l’aumento della distanza di giorni dal fatto diminuiscono anche le possibilità di ritrovamenti. Certo non è stato il primo caso registrato nel tempo. Un altro furto nel giro di poche ore si è aggiunto alla causa. Dal museo di Langres è stato saccheggiato il “tesoro di Diderot” 2.000 monete d’oro e d’argento dal valore di 90mila euro.

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