I Greci, nella loro infinita saggezza, avevano posto una correlazione tra pathos e mathos, ovvero il pathei mathos. Qual è il significato di questa espressione, spesso annoverata sui manuali?
Pathei mathos significa “conoscenza tramite la sofferenza” ed è un’espressione proveniente dall’Agamennone di Eschilo, famoso drammaturgo e tragediografo greco del V secolo a.C. Per Eschilo tale imposizione era stata voluta da Zeus, ma ci si potrebbe domandare se la lezione offerta dalla sua opera possa valere anche per i contemporanei.
Forse, nella società odierna, si rifugge rapidamente dal pathos, visto come un coacervo di negatività e di sentimenti da evitare. Non si vuole proporre una visione superficiale della morale contemporanea, ma sottolineare la palese ricerca di leggerezza e divertimento. Sebbene le frivolezze possono giovare all’animo umano, Eschilo insegna che è tramite un percorso di accettazione, analisi e persino accoglienza della sofferenza che si può arrivare alla conoscenza.
E per quanto sembri lontano dalla mentalità odierna e dalla cultura contemporanea dell’iperconnessione digitale e del “tutto e subito”, la lezione dei Greci pervade anche le società più recenti. Infatti, non è pessimismo, come beceramente si potrebbe interpretare. In realtà, è una visione persino ottimistica della curva intrapresa dalle vicende umane.
Perché conoscere porta a un miglioramento continuativo nel tempo. E se si allarga il concetto di sofferenza a percezioni più lievi, come lo sforzo, la fatica, la rinuncia, il sacrificio o la dedizione profusa per il raggiungimento di un obiettivo, allora la meta ultima del percorso risulta chiaramente il miglioramento individuale.
Tramite ogni livello di pathos che sente di poter sopportare, si potrebbe quindi concordare, l’uomo raggiunge un livello di conoscenza che ha fortemente desiderato, e ovviamente meritato. Come se l’esperienza di una rinuncia o di uno sforzo sia essa stessa parte integrante del processo di apprendimento.
Per rendere il discorso meno fumoso e filosofeggiante, basti pensare ai grandi campioni dello sport, o ai più elevati intellettuali. Quanto pathos avranno affrontato per raggiungere quei risultati?
Arrivare sulla cima della montagna è faticoso, estremamente difficile, ma la soddisfazione che prova l’alpinista quando, raggiunta la vetta, guarda in basso, vedendo il percorso tortuoso appena superato, è impagabile.
Ma qual è il mathos? L’apprendimento, la conoscenza, l’esperienza, il sapere. Obiettivi che spesso, però, la società al giorno d’oggi ignora, perché non immediatamente ottenibili. Per i contemporanei, in un ribaltamento rocambolesco di valori, il mathos è frivolezza e inutilità.
Nulla, però, è esente da fatica e impegno. Qualsiasi sforzo l’uomo decida di profondere, ha come ricompensa ultima una conoscenza, un sapere. Il pathei mathos è pertanto una lezione e, al tempo stesso, un incoraggiamento. Accettare una sofferenza per raggiungere un risultato di assoluto valore.
Zeus, che sicuramente non amava alla follia gli uomini, li aveva premiati, mentre cercava in realtà di punirli. Condannare l’umanità a dover soffrire per raggiungere una conoscenza, invero, ha reso quest’ultima estremamente fortunata. Perché l’individuo può assaporare il tempo impiegato, la fatica e lo sforzo profuso per raggiungere un obiettivo, ed esserne orgoglioso. Mentre gli déi, eterni e pressoché onnipotenti, non avevano un fine ultimo da raggiungere, né potevano comprendere il vero pathos.
L’auspicio finale, forse, dovrebbe essere quello di riscoprire e tornare ad apprezzare il pathei mathos, e ritrovare nella società le manifestazioni del “patire” insegnate dai Greci: simpatia, empatia e passione. Sentimenti che descrivono la straordinaria complessità del genere umano.
Lascia un commento