Dal lupo delle favole a Lord Voldemort, passando per i malvagi antagonisti Disney e agli heel del wrestling, i cattivi sono spesso inetti e immotivatamente stolti. Scelta archetipica degli autori o un pregiudizio tutto umano per cui la cattiveria e la malvagità implicano necessariamente una qualche falla che porterà alla loro sconfitta?
I cattivi sono malvagi!
La letteratura, il cinema, le serie TV sono pieni di cattivi che non hanno una grande caratterizzazione, se non quella, appunto, di essere terribilmente malvagi. Spesso, guardando un film di James Bond o un classico della Disney, ci si chiede per quale motivo il cattivo della storia sia arrivato a rappresentare una seria minaccia per il mondo.
Non che i loro piani siano forzatamente sconclusionati, ma molti di questi antagonisti assumono il ruolo di cattivi solamente perché sono… cattivi. Non c’è una motivazione profonda, un senso di rivalsa, un vero e proprio fattore scatenante che ha portato a un villain arc. Sono cattivi perché sono malvagi di natura.

Sicuramente è il caso di Ernst Stavro Blofeld, il supervillain per eccellenza della saga di 007, o la nemesi di Batman, ovvero il Joker. Nemici noti solamente per la loro malvagità, che li rendono ancor più pericolosi da battere per gli eroi della storia, poiché non hanno un piano chiaro e preciso.
I cattivi sono… “buoni”?
Altri cattivi sono invece i buoni della storia. Come Shrek, o Ralph Spaccatutto, o ancora il Professor Piton (spoiler… ops!) o Quasimodo. Sono personaggi che all’inizio della trama sembrano mostruosi, quindi chiaramente malvagi, ma che nel corso delle vicende diventano i buoni.
Anche qui, psicologicamente parlando, si potrebbe definire questa tendenza come un modo per disinnescare la temibilità del “mostro”. Il migliore esempio è la Bestia de La Bella e la Bestia, che è in realtà molto più umano di Gaston, il vero malvagio della favola.

Questo topos è particolarmente usato nei videogiochi, poiché è affascinante per un giocatore impersonificare un personaggio all’apparenza senza regole. Piano piano, però, si giunge alla rivelazione. Il cattivo è il migliore tra tutti i personaggi: o non è stato capito, o è costretto da un mondo corrotto e malvagio a “fare il cattivo”.
I cattivi sono spesso inetti
Nelle favole e nei racconti per bambini, così come nel wrestling o in altri prodotti di intrattenimento adatti ai più piccoli, i cattivi devono avere una caratteristica comune: devono essere più deboli dei protagonisti. E se l’antagonista riesce a battere gli eroi, almeno in un primo momento, è perché ha usato un qualche escamotage o trucchetto. Da Gambadilegno a Capitan Uncino, dal Principe Giovanni a Crudelia De Mon: senza scagnozzi e malevola astuzia non arriverebbero alla fine del primo tempo.

I cattivi sono spesso inetti, si è detto, ma la misura di quanto siano inadeguati al ruolo a volte può superare la fantasia. Per esempio il celebre Team Rocket della serie Pokémon: quasi trent’anni di avventure e apparizioni in quasi ogni episodio, eppure non hanno mai nemmeno impensierito gli eroi della vicenda. Sempre goffi, incapaci, sconfitti in pochi secondi nonostante i loro proclami.
Ma anche Ursula che non controlla il contratto, o Yzma che sbaglia le pozioni. Oppure il Gatto e la Volpe, che finiscono per essere vittime di un ragazzino di legno, o il celebre Don Rodrigo, che avrebbe potuto vivere nell’agiatezza e nella ricchezza, ma si mette contro persino la divina Provvidenza pur di vincere una stupida scommessa con il cugino.
I cattivi davvero cattivi fanno troppa paura
La realtà è che i veri cattivi farebbero troppa paura, soprattutto ai bambini. Non è un caso che nei film della saga di Harry Potter abbiano reso meno spaventoso Lord Voldemort. Che di per sé è un cattivo anche piuttosto inetto, e nei libri viene spesso definito “ignorante” da Silente; ma con denti aguzzi e occhi rossi iniettati di sangue sarebbe stato fin troppo creepy per un pubblico di giovanissimi.

Oppure Sauron, che nella sua malvagità tiene sotto controllo la Terra di Mezzo e la sola presenza incute timore tra uomini, elfi e nani. Ne Il Signore degli Anelli, infatti, sebbene non prenda parte personalmente alle vicende, è una presenza costante e temibile, un incubo con cui i protagonisti devono convivere.
E come non citare il cattivo più odiato di sempre secondo i sondaggi sulle serie televisive: Joffrey Baratheon de Il Trono di Spade. Perfido, spietato e crudele; alcune scene che ne ritraggono l’immorale sadismo sono tra le più crude dell’intera serie (che non è sicuramente un prodotto adatto ai cuori più deboli).
I cattivi sono un archetipo
Secondo la dottrina di Jung, alla nascita ogni uomo contiene in sé schemi di comportamento e impostazioni psichiche che sono universali. Questo sistema è l’inconscio collettivo, e da questa collettività l’individuo desume il proprio schema personale. E questo schema, inoltre, crea delle figure generalmente uguali, ma trasformate per adattarsi ad ogni epoca e ogni luogo: gli archetipi.

I “cattivi” delle storie altro non sono, spesso, che raffigurazioni degli archetipi junghiani dell’Ombra o del Ribelle/Distruttore. Queste figure sono presenti in ogni società umana, fin dall’alba dei tempi, secondo Jung.
Quindi ogni malvagio delle storie, dalla letteratura alla cinematografia, passando per videogiochi e altri media, rappresenta una temibile figura che nasce nell’inconscio collettivo. E per sfatare questo temibile mistero, e superare la paura dell’oscurità che può nascere dal pensiero umano, è necessario che i villain perdano. Il male non può vincere. Per questo, i cattivi sono spesso inetti. E, forse, è bene che sia così.
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