Spesso capita di chiedersi, di fronte a un dilemma, quale sia l’approccio migliore da adottare; ebbene, esiste una filosofia del problem solving. In realtà, come il grande Karl Popper suggeriva: “Tutta la vita è risolvere problemi”. Nella vita, non c’è una risposta univoca e perfetta, ma si possono prendere in considerazione diversi approcci, per trovare una possibile soluzione. E tra questi, alcuni metodi possono derivare direttamente dalla filosofia, dalla sociologia e dagli studi umanistici.
Rasoio di Occam
Molti studenti di filosofia lo amano incondizionatamente. Anche noto come “principio di economia“, è un processo proposto dal frate William di Ockham nel XIV secolo. Di fronte a un fenomeno, si dovrebbe scegliere la spiegazione più semplice. Traslando al problem solving, si potrebbe assumere che, di fronte a un dilemma, si dovrebbe scegliere la soluzione più semplice.
Principio di Pareto (80/20)
Tra le intuizioni più note del celebre studioso italiano Vilfredo Pareto. Un principio secondo il quale il 20 percento delle cause provoca l’80 percento degli effetti. Ugualmente, l’80 percento delle cause provoca solamente il 20 percento degli effetti. Quindi, per risolvere un problema, si potrebbe decidere di dividerlo in diversi dilemmi minori e, a quel punto, focalizzare l’attenzione sui due/tre più importanti. Per esempio, se il problema fosse “come posso essere promosso?“, sarebbe saggio affrontare una materia per volta, e concentrarsi, secondo Pareto, sulle più importanti o le più difficili. Le altre, si risolveranno di conseguenza.
Falsificazionismo di Popper
Karl Popper offre un contributo alla scienza e alla ricerca umanistica fondamentale: il progresso non avviene tramite le certezze, ma attraverso gli errori. Una teoria è scientifica se può essere confutata. Ugualmente, una soluzione è valida se può essere confutata. Anche se controintuitivo, questo ragionamento ha perfettamente senso: se una possibile soluzione non sembra avere lati negativi, forse è perché non si è stati capaci di immaginarli. Nessuna soluzione a un problema è perfetta. La soluzione migliore è quella le cui possibili controindicazioni sono note e, in fin dei conti, accettabili.
Rasoio di Hanlon
Principio che si applica ai rapporti interpersonali. “Non presumere mai cattiveria laddove basta la stupidità“. Sui social (e non solo) moltissimi propongono una versione più estesa rispetto all’originale dell’aforisma di Robert J. Hanlon, professore della Thompson Rivers University. La filosofia del problem solving potrebbe suggerire che, di fronte a un dilemma interpersonale, la persona non debba mai cercare la risposta nella cattiveria altrui. Anzi, spesso un atto “malvagio” potrebbe derivare dall’incapacità, dall’idiozia e dalla stupidità.
I 5 perché di Toyoda
Sakichi Toyoda (il padre della Toyota) inventò il Toyota Production System, alle cui fondamenta risiede il metodo dell’analisi delle cause-radice. Di fronte a un problema, chiedere cinque (o più volte) “perché”: ciò permette di andare a ritroso fino a trovare la causa originale di un dilemma. Se la Toyota è oggi il primo costruttore automobilistico al mondo, forse questo sistema è davvero molto valido.
L’approccio stoico di Marco Aurelio
Lo stoicismo non sarà la migliore, ma è sicuramente efficace per non concentrare troppe energie su problemi che superano le possibilità dell’individuo. L’autodisciplina e la percezione introspettiva di Marco Aurelio, infatti, propongono di pensare solamente a ciò che dipende direttamente dalle proprie possibilità. In effetti, pochissimi elementi della realtà possono essere influenzati o modificati da un singolo individuo. La filosofia del problem solving di Marco Aurelio e dello stoicismo, quindi, propone di occuparsi solamente di ciò su cui si può avere effettivo potere. Ciò che non dipende dalla volontà dell’individuo non può essere risolto, e pertanto è un dilemma di cui non tenere nemmeno conto.
L’anti-misurazione di Goodhart
Come misurare gli effetti delle proprie azioni? Spesso, di fronte a un processo di decision making, le persone si concentrano sui dati e sulle informazioni in possesso. L’economista Charles Goodhart, però, formulò una teoria interessante: quando ci si concentra eccessivamente sui KPI, la misurazione diventa controproducente. Il principio anti-misurazione non vuole incentivare gli individui a prendere decisioni ignorando dati, informazioni o misure. Vuole mettere in guardia dalla possibile trappola che i dati nascondono. Per esempio, l’obiettivo dovrebbe essere sempre privilegiare la qualità, in ogni ambito. Ma se uno studente prende un voto più alto studiando a memoria, sarà tentato da questa misurazione a ripetere uno studio esclusivamente mnemonico. Così, si concentra più sul voto, che sul suo sapere. E a lungo andare, diminuendo la qualità del proprio studio, anche il voto scenderà inevitabilmente.
I gradi di probabilità mutevoli di Bayes
Spesso non è possibile trovare una soluzione ad un problema. Si può procedere per tentativi, ma si deve possedere un metodo per la valutazione oggettiva dei loro effetti e risultati. Il matematico e filosofo inglese Thomas Bayes suggerisce di non cercare certezze, ma aggiornare i risultati tramite le nuove conoscenze apprese durante i vari tentativi di soluzione. In termini matematici, l’inferenza bayesiana afferma che la probabilità che un individuo assegna a un’ipotesi viene ricalibrata quando nuove prove e nuovi dati divengono disponibili. Nasce così una teoria che si potrebbe definire dei “gradi di probabilità mutevoli”. Continuando con i tentativi, infatti, l’individuo imparerà quali soluzioni hanno maggiori possibilità di funzionare e, in base agli effetti di un tentativo, quali nuove probabilità di aprono a nuovi approcci.
Il tempo come filtro di qualità, o Effetto Lindy
L’ingegnere del rischio e saggista statunitense Nassim Nicholas Taleb ha reso celebre in tutto il mondo un concetto apparso originariamente su un articolo di The New Republic nel 1964 a firma di Albert Goodman e poi approfondito da Benoit Mandelbrot. I comici si trovavano spesso da Lindy’s, un negozio di specialità gastronomiche di New York: l’originale Legge di Lindy affermava che più un comico appariva in televisione, più velocemente si sarebbe esaurito l’interesse del pubblico nei suoi confronti. Mandelbrot, però, suggerì che invece più un comico appare in televisione nel corso del tempo, più ci si aspetta che continui ad apparire. Taleb, quindi, ha proposto che tale principio si possa estendere a molte altre entità, materiali e immateriali. E quindi, anche al problem solving. Se per esempio una soluzione ha funzionato per dieci anni, ci si aspetta che funzioni almeno per altri dieci anni. Il tempo, così, diventa un filtro di qualità con cui valutare le possibili soluzioni a un problema.
Lectio difficilior potior
L’ultima filosofia del problem solving giunge dalla filologia. Nella ricostruzione ecdotica dei testi, si applica spesso un concetto che giunge fin dall’antichità: lectio difficilior potior (la lezione più difficile è la più forte). E nonostante lo sforzo morale, si può applicare questo concetto anche alla risoluzione di dilemmi e questioni complesse. La soluzione che si prospetta più difficile e faticosa spesso è anche la più efficace. Non sempre, per fortuna, ma accettare che non ci siano soluzioni facili è il primo passo verso l’apprendimento e il superamento delle difficoltà.
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